PERCHE’ CI CHIAMIAMO COSI’

Desideriamo introdurre un argomento che, in un’epoca in cui l’aggressione della visione unica e globale del Mondo rischia di far sentire l’individuo quale sperduto essere senza radici, ora più che mai affascina quale elemento costitutivo della propria identità, in quanto intimamente legato alle vicende storiche e sociali delle comunità: il proprio cognome.

Cercheremo quindi, di volta in volta, di analizzare le varie categorie che caratterizzano i cognomi presenti nella zona in cui siamo inseriti, corrispondente alla vera estensione storica, culturale e linguistica della Lombardia, che comprende anche la zona di Novara, l’Ossolano e la Svizzera Italiana: per secoli queste zone hanno gravitato nell’orbita milanese. Uno spazio sarà inoltre riservato alle notizie raccolte e agli studi effettuati su quei cognomi che risultano attualmente tra i più diffusi sul territorio del nostro comune e dei comuni adiacenti. Alfine di eliminare in partenza le malelingue di chi immediatamente vorrà tacciarci di fare inutili anacronismi finalizzati ad egoismo localista, desideriamo premettere che al di fuori degli italici confini, studi di questo genere stanno vivendo oggi una stagione di grande fecondità: da gran parte dell’Europa all’America Settentrionale. Ovviamente non parliamo di studi amatoriali, bensì di ricerche universitarie e di fondazioni a tema. Il frutto di un’analisi approfondita è racchiuso nei libro "perché ci chiamiamo così" di Ottavio Lurati, Macchione Editore.

Oggi il nome proprio non è connotativo: la sua funzione non è quella di indicare bensì di identificare; in sé, esso sta ai margini della semantica: può apparire come un’etichetta senza significato, utile solo a distinguere gli individui gli uni dagli altri. Ma, a un approccio culturale, il nome appare una possibilità affascinante per tentare di schiudere dei pur timidi varchi nelle realtà antropologiche e negli atteggiamenti mentali di una comunità. Il cognome nasce ex novo, attorno ai Mille in certe regioni italiane più tardi in altre, con variazioni connesse soprattutto ai ceti sociali: esso si profila prima nel mondo aristocratico e nobile, più tardi tra artigiani e borghigiani, seguiti da contadini e campagnoli. Tuttavia ancora nel duecento, Trecento e fino al Cinquecento, molti artisti si serviranno in modo quasi esclusivo del nome. Non a caso parliamo tuttora di Giotto, di Donatello, senza citarne il cognome. Analogamente per Tiziano, nome di persona tradizionale nel Cadore. Oggi, la tradizione arcaizzante del solo nome di persona permane per le monarchie e le gerarchie ecclesiastiche. Ma torniamo ai cognomi per accennare al ruolo rilevante che al loro formarsi ebbero le tradizioni cancelleresche. L’impronta che segna i cognomi in uso in una certa zona è anche traccia della tradizione di cancelleria, nel caso concreto di tipo parrocchiale. Solo su un piano secondario va poi menzionata la tradizione notarile, che fu sì anteriore, ma ebbe riflessi più ridotti. Il suo influsso fu infatti limitato rispetto a quello dei parroci che "sancirono" centinaia di cognomi. Fondamentale e significativo è stato il passaggio dall’oralità alla scrittura: nome e cognome vivono per secoli nell’oralità, così come li usavano i membri di una specifica comunità nella contingenza del giorno dopo giorno. Erano usati nel contatto faccia a faccia tra la gente: cosicché non dovevano venire scritti. Se non che già nel medioevo per motivi notarili, e, in modo massiccio dopo il Concilio di Trento, per motivi pastorali il cognome venne trasferito dall’oralità alla pergamena del rogito o alle pagine del libro dei battesimi, del matrimonio e delle morti, che per ordine del Concilio di Trento i parroci incominciarono a tenere dopo il 1570 circa, in certe parrocchie prima, in altre con qualche ritardo. E per questo che, per la maggior parte dei cognomi, i primi riscontri scritti di cui si disponga si riconducono al secondo Cinquecento. Incuriosisce ora tentare di capire perché, in un certo momento storico, a una certa persona, la comunità abbia segnato un certo cognome piuttosto di un altro. Per far questo, è necessario suddividere l’origine dei cognomi in varie categorie. La categoria più ampia è quella dei cognomi che derivano da nomi. Notai e parroci, costretti indicare con esattezza la persona del contraente, fecero spesso diventare cognome il nome del padre del " comparente’. Il figlio di un certo Giorgio divenne quindi Giorgi o De Giorgi come cognome, nelle sue varianti geografiche (esempio: Zorzi in Veneto). In questa categoria si collocano altre decine di cognomi attuali, sempre derivanti da nomi propri come Tognetti, Tonini, Tognacca (da Antonio). Ci sono poi i cognomi che derivano da nomi augurali come Salvadé, Boninseqna, Bonora, Bombe//i. Bontempi, Arrivabene. In un’altra suddivisione è possibile collocare i cognomi che rinviano al vivere di una certa famiglia in un’area ben definita e riconosciuta dalla comunità. Rientrano in questa categoria i vari: Riva Chiesa, Volta, Fontana, Puster/a (dove pusterla era una delle porte d’accesso alla città o al borgo). Categoria vasta e ben definita è quella relativa alla provenienza geografica. Qui il cognome si ancorava a dinamiche legate, da secoli, alla mobilità della

gente che si trasferisce in un’altra regione o semplicemente in un altro paese. Vedi dapprima casi come Ongari, Ungaro, Spagnol, Spagnoli. Ma di gran lunga prevalente fu il fattore designativo della provenienza geografica da villaggi della stessa area lombarda o piemontesi orientali. Al loro giungere in una certa nuova comunità, le persone erano designate dal luogo da cui provenivano. Un modo di designazione (in sé, un soprannome) che ha avuto, nei territori lombardi, un impatto quanto mai ampio. Lo provano centinaia di casi, del tipo Albizzati, Bardelli, Besana, Brambilla, Locatelli, rispettivamente dai nomi di luogo Albizzate, Rardello, Besana, Brembilla (in provincia di Bergamo nella Val Brembana), Locate. Ci siamo tolti lo sfizio di cercare la possibile esistenza di cognomi che evocassero origini buguggiatesi, ma come evidentemente si poteva prevedere, senza alcun risultato. Del resto, facendo sempre riferimento alle epoche in oggetto, Buguggiate non era altro che qualche pugno di case sparse, legate comunque alla realtà paesana della ben più nota Azzate! Una successiva suddivisione va articolata in rapporto ai cognomi che vennero desunti da soprannomi: una massa ragguardevole. Notai e parroci non fecero spesso che assumere dall’oralità il soprannome e trasporlo sulla pagina scritta. Erano soprannomi spesso improntati alla metaforicità, allo scherzo, alle formulazioni, alla battuta, al paradosso. Qualche esempio: Cipolla, Cigolini, Matasci, Quattrocchi, Fumaga//i, Malatesta, Tettamanti. Nel sesto gruppo possono essere inseriti i cognomi che riflettevano un’attività: Barbieri., Crivellari, Triacca, Pasta, Medici, Bottai, Calegari, Panca/di, Pescatori, Molinari.

In una settima sezione si raccolgono gli echi dei nomi che, in rapporto alla posizione che una certa persona deteneva nell’ambito della società, andavano a chi svolgeva una funzione connessa alla religione. Vedi non soltanto i Preti, ma anche i Monaco, Monighetti (dal lombardo monigh), Palmieri, Gallizia (nome che andava a coloro i cui genitori erano stati in pellegrinaggio a San Giacomo di Compostella, in Galizia). Un’ottava sezione va riservata ai cognomi che riflettono antiche situazioni di diritto: un aspetto poco studiato, ma di particolare interesse storico. Ricordiamo gli Avogadri, i Cattaneo, i Vassalli, i Panvini, i Quattrini e i Tresoldi. Come tratto di storia delle mentalità vanno evocati anche i cognomi che nelle varie comunità si assegnavano a bambini figli di ignoti: casi come Amore, Dell’Amore, Casagrande, Casadei, Cadè, Colombo, Di Dio, Incerti. Innocenti. Allevi, Proietti, Venturi, Trovato. In un’ultima sezione richiamiamo il caso di cognomi che venivano assegnati a ebrei. Se in Germania vigeva spesso la pratica di dare nomi infamanti (Maus, wolf, Blumenthal, Dreifuss, treppiedi, Achselschweiss, odore di ascella), in Italia, oltre a Cohen (prete, sacerdote) e a Levi si scelsero nomi che derivavano dalla città nei cui ghetti gli ebrei vivevano: Ascoli, Mortara, Terracini, Albanese, Todisco, Zingari, Zingarelli. Agli ebrei era stata preclusa la possibilità di portare un cognome: sì che quando li si dovette iscrivere nei registri di stato civile, ci si affidò al rimedio di indicare la zona da cui provenivano. E’ a situazioni come questa che si ascrivono anche i Momigliano, Modigliano e Modigliani. Sostiamo ora sull’interessante domanda di una storica lombarda, che si interroga sulle ragioni della specificità dei cognomi. Perché molti di quelli che usiamo oggi si sono formati proprio in Lombardia e non altrove? Si può forse rispondere che più che a cognomi lombardi ci confrontiamo con cognomi che si trovano in Lombardia e che sono segnati da certe specificità frequenziali. In rapporto ai cognomi, quel che può essere sentito come "lombardo" non scaturisce dalla forza di blocchi fissi, marcati. E’ piuttosto il risultato di una particolare mescolanza di tratti ed elementi diversi. Non esistono cognomi che, di per sé, siano di una specifica regione: questo è piuttosto il frutto della nostra percezione. Certo, per la Lombardia, sono molti cognomi ancorati a realtà geografiche. Vi è anche la percezione che, in Lombardia chi "mise su carta" i cognomi rinunciò a un ricorso frequente a qualifiche negative a soprannomi (più frequente, invece, in talune comunità meridionali). Nel formarsi della nostra percezione si avverte pure un influsso di una componente esterna, morfologica quella della frequenza con cui, in Lombardia cognomi sono stati fatti terminare in-i. Può essere riferibile alla misura di cui si è detto anche la scarsità di cognomi in De e Di (del tipo Di Paolo, Di Rana) e cognomi in Lo (Lo Russo, Lo Giudice). Comunque, dai cognomi emergono gli atteggiamenti che le comunità nutrivano verso se stessi, verso gli altri, loro spazio vissuto, la quotidianità, le situazioni di diritto. Importanti, in particolare, cognomi che sono scaturiti da un vivere i contatto ben più intenso del nostro con natura (donde nomi come Aprile, Maggi, Maggini, Giugno, che erano dati ai bambini nati in specifici mesi dell’anno); al lavoro nei boschi (Borradori, Cheda, Trentini), all’impegno di tenere puliti campi e prati (Mondada al ruolo dell’artigiano (Crivelli, Ferrari, compreso quello Spiller che si inseriva nel quadro della prima industrializzazione e andava meccanico che lavorava al tornio). Altrettanti fattori che nascevano in una dialettica fondo: quella dell’intensità dell’essere calati nella coralità e nella vivacità della vita associata. Anche i cognomi sono tessere di mosaico che li trascende: quello della stor delle comunità.

TRATTO DA "LA VUUS DA BUGUGIA" marzo 2001.

 

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